Festival Opera Prima | La contemporaneità' in scena nel Polesine
Il Festival Opera Prima di Rovigo, giunto alla sua ventiduesima edizione, rappresenta in Veneto uno dei principali punti di riferimento per la nuova scena contemporanea. Per quattro giorni la città si trasforma in un laboratorio diffuso di linguaggi, incontri e sperimentazioni, ospitando artisti e compagnie provenienti da percorsi differenti. Un modo per abitare lo spazio urbano in maniera diversa e per riportare energia culturale in una provincia appartata, ma capace di accogliere e valorizzare le pratiche più vive della ricerca contemporanea.
Apre la mia immersione nel Festival, Frankenstein (History of Hate) dei Motus, in scena al Teatro Sudio di Rovigo giovedì 11 giugno.
Entrando in sala, siamo accolti da un grande schermo sul quale è proiettata una giovane donna dai capelli scuri raccolti e un abito ottocentesco blu cobalto. Cammina lungo sentieri impervi nel bosco, attraversa paesaggi selvatici, sembra cercare qualcosa, o forse qualcuno.
Da qui si apre il racconto, una storia di odio e tenerezza radicale di una creatura, quella di Frankenstein, esclusa dall'apparente beatitudine degli esseri umani, che la respingono unicamente per il suo aspetto non conforme. Lo spettacolo si costruisce su più livelli narrativi che dialogano costantemente con il presente: la Creatura e il dottor Frankenstein si inseguono in un "film performato" che attraversa schermo e scena in un ritmo estenuante, drammatico e visionario. Il racconto si svolge tra ecomostri e spiagge accecate dal sole di un pianeta arido e apocalittico, negli ultimi giorni dell'umanità.
È una storia underground, sporca, cruda e sincera, spogliata di ogni orpello. I personaggi si mettono a nudo, osservati attraverso lenti d'ingrandimento che amplificano dettagli, emozioni e ferite. Il continuo rimando tra schermo e palcoscenico genera una tensione costante, mentre la voce narrante è quella del capitano Walton che scrive alla sorella Margaret.
La vicenda abbandona progressivamente l'ambientazione originaria del romanzo per spostarsi in scenari contemporanei e distopici: un pianeta prosciugato, giunto agli ultimi giorni della propria esistenza, attraversato dagli echi di guerre, incendi e droni assassini. Il mare è uno dei protagonisti della messinscena. Brilla nelle prime ore del mattino e, verso l'imbrunire, inghiotte e restituisce i corpi esausti della Creatura e del dottor Frankenstein, impegnati in un inseguimento reciproco e disperato che li condurrà a ritrovarsi soltanto nella morte di uno dei due.
La Creatura, non essendo mai veramente nata, continuerà a esistere. E anche di questo parla la narrazione: dell'odio viscerale verso il diverso, l'ignoto, ciò che non si comprende; dell'odio che impedisce di essere accolti e riconosciuti. La Creatura ha cercato disperatamente di essere accettata dagli esseri umani. Ne era affascinata, incuriosita, persino attratta con dolcezza. Eppure da quegli stessi esseri umani è stata sempre respinta, allontanata, costretta a un esilio permanente e a una profonda solitudine.
La domanda a cui lo spettacolo sembra cercare di rispondere è semplice e insieme vertiginosa: quali sono le radici dell'odio? Come nasce? Che cosa possiamo opporgli? Che cosa odiamo davvero? L'odio è diverso dalla rabbia? Quanto è profondamente radicato nella nostra società, nei conflitti che attraversano il presente, nelle guerre, nelle discriminazioni e nelle forme di esclusione che continuano a segnare il nostro tempo?
Questi interrogativi rimangono aperti e ciascuno troverà una propria risposta. La scelta di estirpare la storia dal suo contesto storico per collocarla nel nostro presente, sporcandola e allo stesso tempo spogliandola, la rende ancora più incisiva e perturbante.
I Motus hanno sempre prodotto, sin dalla fondazione della compagnia, spettacoli capaci di raccontare le più aspre contraddizioni del presente. Lo fanno senza edulcoranti e senza formalismi, rendendo il processo narrativo ritmico e incalzante. L'attenzione rimane sempre alta e il pubblico attraversa insieme ai protagonisti un paesaggio umano e morale devastato, dal quale emerge con più domande che risposte, ma forse anche con una maggiore consapevolezza delle radici profonde dell'odio.
Venerdi 12 giugno proseguo con la prima nazionale di Gianluca Misiti e Roberto Latini con
D'Oro musiche e voci da fortebraccio, in scena al Chiostro degli Olivetani.
Il progetto celebra il sodalizio artistico tra Misiti e Latini, iniziato nel 1994, e i trent'anni di attività della loro compagnia, Fortebraccio Teatro. Ne nasce un'opera intima e minimale, costruita come un concerto per pianoforte e voce recitante. Non ci sono veri e propri allestimenti scenici: al centro dello spazio campeggia soltanto il disco d'oro simbolo della compagnia, circondato dai ricordi e dalle tracce delle produzioni che ne hanno segnato il percorso.
Scalzi e vestiti di nero, i due artisti danno vita a una partitura in cui musica e parola si rincorrono e si sostengono a vicenda. Il pianoforte di Misiti accompagna la voce di Latini, capace di costruire immagini e paesaggi interiori con grande profondità, attraversando registri diversi che vanno dall'ironia alla malinconia.
Attraverso frammenti e richiami ad alcuni dei lavori più significativi di Fortebraccio Teatro, che spesso dialogano con i classici riletti in chiave contemporanea, prende forma un racconto dell'umano nelle sue fragilità e nei suoi slanci. Suono e parola si fondono in un'esperienza immersiva che agisce più sull'ascolto che sulla visione, smuovendo qualcosa di profondo nello spettatore.
Amore, abbandono, dolore e desiderio emergono senza enfasi, affidati alla forza della presenza scenica e alla relazione che si crea tra gli artisti e il pubblico. Senza scenografie, senza artifici e senza fronzoli, D'Oro trova la propria forza nella semplicità del gesto e nell'intensità dell'ascolto condiviso.
In un tempo teatrale spesso affollato di immagini e dispositivi, la scelta di affidarsi quasi esclusivamente alla forza del suono e della parola appare coraggiosa, nuda e allo stesso tempo potente nella sua semplicità'. Misiti e Latini costruiscono così un omaggio alla propria storia artistica che evita la celebrazione nostalgica e si trasforma invece in un incontro vivo con il pubblico.
La stessa sera, al Teatro Studio, va in scena il nuovo lavoro di Daniela Vitale e Polka Dots, UNTITLED#22| landscape for disappearing angels.
Il lavoro di Daniela Vitale indaga la vita e l'opera di Francesca Woodman, fotografa americana profondamente legata all'Italia, morta suicida all'età di soli ventidue anni all'inizio degli anni Ottanta. Il lavoro della Woodman e' estremamente interessante e molto surrealista, le sue fotografie catturano spesso il suo corpo in spazi che sembrano disabitati, dove il suo stesso corpo sembra perderne i confini.
La regista ambienta l'azione performativa in uno spazio che richiama l'appartamento-studio dell'artista, esplorandone l'universo creativo e biografico attraverso un continuo gioco di specchiamenti, riflessi e corrispondenze.
La narrazione è sostenuta con forza dalla presenza scenica della performer, che abita lo spazio con decisione, fragilità e intensità. Le immagini proiettate sullo schermo dialogano costantemente con il corpo in scena, evocando l'immaginario fotografico della Woodman: un universo surreale, enigmatico e profondamente personale.
Ne emerge un viaggio quasi onirico nel vissuto dell'artista, sospeso tra memoria, creazione e ricerca di identità.
Il corpo è il protagonista indiscusso della scena. Appena entrati in sala, lo sguardo viene catturato da una sagoma bianca accanto a una sedia e da un velo trasparente che attraversa lo spazio scenico, quasi a separare due dimensioni temporali: il presente e il passato.
L'azione prende avvio proprio da lì, dall'ultima pagina della vita dell'artista. Il racconto procede a ritroso, risalendo il crinale della sua esistenza fino agli anni della pubertà e al rapporto complesso e conflittuale con il proprio corpo.
Un corpo che, nel corso della performance, si mostra e si nasconde, si espone e si ritrae in un continuo movimento di rivelazione e sottrazione, fino a rimanere completamente nudo in scena. Una scelta che sembra inserirsi nel percorso di ricerca identitaria e di confronto con la propria immagine evocato dallo spettacolo e della narrazione della Woodman.
Ma è davvero necessario?
Un corpo nudo in scena oggi è probabilmente meno provocatorio di quanto non fosse qualche decennio fa. Il nudo, ormai ampiamente sdoganato nel linguaggio performativo contemporaneo, continua tuttavia a essere una scelta ricorrente. Di fronte a questa decisione registica mi sono chiesta se l'esposizione integrale del corpo della performer aggiungesse realmente qualcosa alla costruzione dello spettacolo o se rischiasse, al contrario, di risultare ridondante.
Avrebbe perso intensità se la performer fosse stata semplicemente vestita con indumenti essenziali?
Credo di no. La forza del lavoro risiede altrove. Resta infatti la capacità dello spettacolo di restituire la complessità della figura di Francesca Woodman, il suo continuo oscillare tra presenza e sparizione, tra desiderio di mostrarsi e necessità di sottrarsi allo sguardo. È proprio in questa tensione che il lavoro trova i suoi momenti più interessanti.




Commenti