Abitare il paesaggio. Dentro il Festival del Giardino delle Esperidi

Al Festival del Giardino delle Esperidi, un progetto di Campisirago Residenza sono rimasta meno di quarantotto ore. Eppure ho avuto la sensazione di averci trascorso una settimana. Il tempo lì assume un'altra consistenza: si dilata, si sospende, ti assorbe completamente e poi ti restituisce alla quotidianità con uno sguardo diverso.

                                               


È un festival che si attraversa con il corpo, prima ancora che con lo sguardo. Un'esperienza immersiva che conduce a esplorare il borgo, i boschi, le età della vita, i dubbi, i palcoscenici e le persone. Ogni spettacolo è un invito a mettersi in cammino, a spostarsi, ad abitare il paesaggio e a lasciarsi attraversare da esso.

Campisirago Residenza è una realtà rara. Mi piace immaginarla come una comunità artistica, un luogo in cui l'arte è soprattutto una pratica di accoglienza. Qui ci si sente immediatamente a casa: mai fuori posto, mai ospiti di passaggio. Si percepisce il desiderio di costruire relazioni prima ancora che eventi, di creare uno spazio in cui artisti, abitanti e pubblico possano condividere tempo, ascolto ed esperienze.

Per raggiungere il borgo bisogna affrontare una lunga e ripida salita, una strada tortuosa che sembra preparare all'arrivo. Campisirago conta oggi una trentina di abitanti ed è un luogo che continua lentamente a trasformarsi. Molti edifici sono ancora in fase di recupero. C'è un'osteria, un pozzo, Palazzo Gambassi (sede operativa della compagnia), una sauna, sentieri che attraversano il bosco, installazioni disseminate nel paesaggio e palcoscenici che sembrano nascere direttamente dalla natura. Tutto racconta un luogo in costante divenire, capace di custodire il passato senza rinunciare a immaginare il futuro.

Il mio percorso è iniziato venerdì 3 luglio con un incontro speciale: quello con il monaco Seigaku, che ha preceduto gli spettacoli della giornata.



Seigaku si avvicina al Buddhismo Zen durante gli anni dell'università, intrecciando questa pratica al suo percorso di formazione come attore. Dopo la laurea sceglie di partire per il Giappone, dove affronta tre intensi anni di noviziato a Eihei-ji, uno dei più importanti templi Zen del Paese. Quell'esperienza lo conduce successivamente a Yokohama, dove inizia il suo cammino come monaco.

L'incontro con Michele Losi e con la compagnia nasce proprio in Giappone e da allora il dialogo non si è mai interrotto. Durante gli ultimi giorni del festival, Seigaku è rimasto a Campisirago per guidare pratiche di meditazione Zen, incontri aperti e momenti di confronto. Al di là degli appuntamenti ufficiali, era sempre disponibile a fermarsi a parlare con chiunque avesse il desiderio di approfondire il Buddhismo Zen o, più semplicemente, di riflettere insieme sull'arte del vivere.

In un festival attraversato dal teatro, dalla danza e dal paesaggio, la sua presenza sembrava ricordare che anche l'ascolto, il silenzio e l'attenzione possono essere forme d'arte. O, forse, semplicemente modi diversi di abitare il mondo.


MY AGE- estratti | Qui e Ora Residenza Teatrale 

con Francesca Albanese, Silvia Baldini e Luca Valli, regia coreografia Silvia Gribaudi

Che cos’è l’età? Un numero che scorre, una soglia invisibile, o un racconto che la società scrive sui nostri corpi? Chi decide quando siamo troppo giovani o troppo vecchi, e per cosa?

E l’epoca in cui viviamo? Quanto plasma il nostro modo di abitare il corpo? Quanto ne disegna i confini, ne suggerisce i gesti, ne impone gli abiti e le forme? Forse il tempo non passa soltanto dentro di noi: ci attraversa, ci modella e lascia la sua impronta sulla pelle, trasformando ogni corpo in un luogo in cui storia e identità si intrecciano.

Entriamo in una piccola stanza. È una sauna. Tre donne, avvolte in asciugamani bianchi, ci aspettano. Ci sediamo di fronte a loro, vicinissimi. La distanza è minima, quasi a dissolvere il confine tra chi guarda e chi viene guardato.



Lo spettacolo e' uno spogliarsi. Spogliarsi delle convenzioni, delle paure, dei ruoli. Con sincerità e delicatezza condividono pensieri, desideri e domande. Parlano del corpo che cambia, del corpo femminile che, oltrepassata la stagione della fertilità, entra in un altro tempo: un tempo di trasformazione, di riscoperta, di nuovi piaceri, di libertà. Un tempo che può diventare rinascita.

Ma, esattamente, sappiamo dire quando smettiamo di sognare? Quando smettiamo di concederci delle possibilità? In quale momento iniziamo a sentirci vecchi? E, soprattutto, quanti anni sentiamo di avere davvero?

Gli studi ci dicono che l’età percepita e' piu' veritiera dell'eta anagrafica, il corpo risponde in modo diverso; sappiamo dire che età ci abita? Ci sono giorni in cui mi sento ancora una venticinquenne, altri in cui mi sento una settantenne. Dipende dai pesi che la vita deposita sulle nostre spalle, dalle esperienze, dalle fatiche, dalle gioie. L’età, forse, non è un dato costituito dal tempo, ma uno stato mutevole dell’essere.

L’opera ci invita proprio a questo: a non riconoscerci in un numero, a immaginare l’età come uno spazio aperto, una possibilità e non un limite. A concederci il diritto di essere altro rispetto a ciò che il tempo sembra prescrivere. Nonostante la pelle che si distende e si trasforma, il corpo che cede alla gravità, i capelli che diventano bianchi, le rughe che affiorano come tracce di vita. Nonostante l'estetica imposta, che misura il valore dei corpi sulla loro aderenza a un ideale di giovinezza. Perché il corpo non è un'immagine da preservare, ma una storia da abitare, un luogo in continuo divenire.

Il dialogo con il pubblico è continuo. Lo spazio raccolto della sauna e la dimensione intima della performance favoriscono una prossimità rara, quasi confidenziale. Le domande delle performer diventano le nostre, e le nostre risposte entrano nell’opera, la modificano, la completano. Non siamo più semplici spettatori: diventiamo parte di una conversazione collettiva, in cui ogni esperienza personale contribuisce a ridefinire il significato dell’età, del corpo e della libertà.

suggestione: Intimita'


MUBLE MUBLE dGiulio Santolini e Lorenza Guerrini in scena Noemi Piva

Mumble Mumble è il suono onomatopeico che nei fumetti accompagna i pensieri: il brusio incessante della mente, quel dialogo interiore che non si interrompe mai. In questa performance, quel rumore invisibile si fa danza.

Che rumore fanno i pensieri? Un rumore che si diffonde ovunque, che ci accompagna e non ci lascia mai soli. Un sottofondo costante in cui il silenzio sembra impossibile. È musica, è ritmo, è caos. È una coreografia invisibile che attraversa il corpo e ne orienta il movimento. Mumble Mumble trasforma questo labirinto psichico in un'esperienza collettiva e ci invita a entrare in una domanda tanto semplice quanto vertiginosa: che cosa accade nella mente di una danzatrice mentre danza?



L'assolo si svolge su un palcoscenico a cielo aperto, affacciato su un panorama che restituisce una Milano insieme lontana e vicinissima. Performer e spettatori condividono lo stesso spazio: costruiamo attorno alla danzatrice una platea circolare, diventando parte della sc

La performer, una intensa Noemi Piva,  ci aspetta già seduta, in disparte. Ci osserva. Indossa una grande testa che riproduce il suo volto,  triplicandone il volume, come se il pensiero avesse preso corpo e fosse diventato materia. Il suo corpo minuto, quasi fragile, instaura da subito un dialogo fatto di sguardi, esitazioni e microazioni rivolte a chi la circonda.

In sottofondo un vociare continuo: un vortice di pensieri che non concede tregua e che diventa il ritmo stesso della coreografia. Il movimento si compone e si disfa, si frammenta e poi ritrova fluidità; è incerto, nervoso, improvvisamente limpido. La danza sembra seguire il percorso imprevedibile della mente, passando da immagini intime e confessioni silenziose a riflessioni che si aprono al sociale e al politico. Il racconto smette di appartenere a un solo individuo e diventa una risonanza condivisa, in cui ciascuno può riconoscere il proprio brusio interiore.

E'come trovarsi davanti ai vortichi mentali di noi tutti, materializzato e reso concreto dalla danzatrice. Una mente e con corpo invaso dai propri pensieri, un sottotetto continuo e caotico, non lineare che sovrasta l'azione scenica. I pensieri non appartengono più a chi li genera: attraversano il corpo, lo abitano, lo interrompono. 

L'identità sembra sgretolarsi per eccesso di traffico mentale, dissolvendosi in un brusio continuo, in un rumore bianco. Rimane solo un piccolo urto, minimo e improvviso, come un chicco di popcorn che esplode, leggero, e per un istante interrompe il flusso incessante dei pensieri.

suggestioneCaotica Potenza


GRAMSCI Antonio detto Nino di Ura Teatro, in scena Fabrizio Saccomanno

L'ultimo spettacolo della serata va in scena nella piccola piazza raccolta tra le mura di Palazzo Gambassi. Al centro della scena c'è  Fabrizio Saccomanno. Rimane seduto per tutta la durata dello spettacolo, quasi immobile, eppure il suo corpo si trasforma continuamente. È una presenza essenziale, capace di dare forma, con minimi spostamenti e variazioni della voce, a un Antonio Gramsci malato, recluso, consumato dalla prigionia.


Lo spettacolo nasce dal corpus di lettere che Gramsci scrisse ai suoi familiari durante gli anni del carcere. Un patrimonio umano e politico che restituisce uno dei più grandi pensatori del Novecento nella sua dimensione più privata, lontano dall'icona pubblica. Emergono le fragilità, gli affetti, le preoccupazioni quotidiane, ma anche una straordinaria lucidità e una tenacia che la reclusione non riuscì mai a spegnere.


Le parole delle lettere rivelano tutta la sofferenza di un uomo costretto alla solitudine, segnato dalla malattia e dalla distanza dalle persone amate. Eppure, in quelle pagine, non prevale mai la disperazione. Al contrario, continua ad affiorare una fiducia ostinata nella vita, nella cultura, nell'essere umano. Una speranza rivolta a un futuro che Gramsci sapeva, forse, di non poter abitare, ma che continuava comunque a immaginare per gli altri.  Gli scritti sono interrotti dalla notizia della sua morte, avvenuta che mancava poca distanza dalla sua scarcerazione.

Saccomanno piu' che interpretare Gramsci: sembra prestagli  il proprio corpo con estrema misura, lasciando che siano le parole a occupare lo spazio. Parole che prendono vita, prima da una voce molto forte e piena e piano piano  questa si spegne nel dolore e nella malattia. E in quella piazza, nel silenzio della sera, quelle lettere smettono di appartenere alla storia e tornano a essere il dialogo intimo di un uomo che, anche privato della libertà, non rinunciò mai a pensare, ad amare e a sperare.

 

suggestioneResistenza

 

Il sentiero delle Acque e il Sentiero di Giano

                                                 

La mia permanenza è proseguita il giorno seguente, sabato 4 luglio, partecipando alle due camminate in programma: Il Sentiero delle Acque e Il Sentiero di Giano. Due camminate curate da Campisirago Residenza che ha creato un percorso a tappe, con una installazione digitale permanente, creando dei percorsi sonori, poetici e drammaturgici che stimolano in chi fruisce l'ascolto suggestioni e riflessioni verso l' ambiente circostante.


La prima camminata partiva da Mondonico. Da questo piccolo borgo ci siamo addentrati nel bosco per raggiungere Campisirago, percorrendo un itinerario suggestivo che segue antiche strade romane. Accompagnati dal progetto sonoro di Campisirago Residenza, una guida discreta che non si limita a raccontare il territorio, ma invita a cambiare il modo di attraversarlo. Le parole e i suoni educano lo sguardo, allenano all'ascolto e al silenzio, ricordando come il camminare lento possa diventare un ritorno al corpo e, attraverso il corpo, un modo diverso di abitare lo spazio, il tempo e la storia.



Raggiunto Campisirago e fatta una breve pausa, siamo ripartiti per Il Sentiero di Giano, un percorso che si inerpica ancora più in alto fino alla sommità del Monte Giano, o Monte Genesio, tradizionalmente associato al dio protettore degli attori e delle arti. È un sentiero ancora in divenire, destinato ad accogliere una serie di opere site-specific; alcune sono già presenti e sembrano emergere naturalmente dal paesaggio, intrecciandosi con il bosco e con la pietra.


La salita, più impegnativa della precedente, richiede attenzione e ascolto. Anche qui il cammino è accompagnato da suggestioni testuali e da un paesaggio sonoro che guida il viandante senza invaderne l'esperienza. Si ha la sensazione di attraversare un luogo sospeso, dove natura, memoria e immaginazione convivono e in cui ogni passo diventa un gesto di riscoperta. Più che condurre a una meta, il sentiero invita a rallentare e a lasciarsi trasformare dal percorso stesso, restituendo a questi luoghi la presenza silenziosa degli sguardi e dei passi di chi li attraversa.

 

 

 

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