Metamorfosi // Di forme mutate - Per un Lemming intimo e ritualistico

foto Loris Slaviero
Mi preparo ad assistere a Metamorfosi di forme mutate del Teatro del Lemming, una nuova produzione liberamente ispirata alle Metamorfosi di Ovidio, accogliendo le nuove limitazioni indotte dall'emergenza sanitaria senza però rinunciare alla forte componente immersiva e intima che caratterizza i lavori di questa compagnia.

Ho lasciato tutto all'ingresso:
scarpe
cellulare
zaino

Ho sciolto i capelli e tolto ogni oggetto che poteva ricondurmi al mio presente;
assieme agli altri 4 spettatori abbiamo indossato una casacca bianca e siamo entrati in silenzio guidati dal regista, Massimo Munaro, all'interno di un teatro vuoto e buio illuminato solo da qualche candela.
Cinque cerchi disegnati per terra, ognuno contentenente un cuscino bianco, segnalavano le nostre posizioni dove avremmo assistito allo spettacolo.
Al suo interno: un secchio d'acqua, dei sassi, un uovo, un lumino.

Dal buio dello spazio si stagliano i 5 performer, vestiti di bianco avanzano lentamente al centro della scena. 

Sono un po titubante all'inizio, non mi sento mai particolarmente a mio agio in spettacoli di questo tipo, è un pò come uscire dalla propria zona di comfort, "buttandosi" e affidandosi a chi ti sta guidando.
Sin da subito però ho come l'impressione di assistere ad un rituale, qualcosa di lontano e prezioso, tribale e arcaico, fatto di simboli, di gesti e di movenze che richiamano il vissuto più profondo di ognuno di noi; ciò che sta accadendo in scena rappresenta simbolicamente un passaggio, la resa dei conti, portandoci a confrontarci con gli aspetti che più "angosciano" l'essere umano:
nasciata e morte
giovinezza e vecchiaia
rinasciata e cambiamento

metamorfosi quotidiane che avvengono costantemente dentro di noi.

I perfomer si altenano, portandosi davanti ai nostri cerchi e dedicandoci azioni - di sguardi e intenzioni - che saranno nostre soltanto, un desiderio inspiegabile di poter relazionarmi con loro ma non poterlo fare mi rende stranita, mi commuovo e mi sento come spogliata di ogni difesa. 
Lascio che le immagini, i suoni, le parole mi guidano in percorsi immaginali, in cui ritrovo le mie paure ricorrenti, i miei desideri più incontaminati, facendo un po i conti con me stessa, con questa immagine riflessa nello specchio che si guarda ma che cerca altro.

I performer spariscano nell'oscurità cosi come sono arrivati, un congedo in silenzio che sigilla ciò che si è consumato in scena, lasciando sedimentare  ciò che è stato vissuto col silenzio come unica modalità di riconoscimento di questo piccolo viaggio dentro se stessi.

"Questa voglia di vivere cosa deve essere?"

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