Biennale Teatro: un viaggio tra le tradizioni performative asiatiche, dal Mugen Noh alla danza Odissi
Quest'anno, forse anche inconsciamente, complice il percorso di studi che sto seguendo, sono riuscita ad assistere a un paio di spettacoli della Biennale Teatro, che per il secondo anno è guidata dalla visione di Willem Dafoe. Una visione che continua a proporre uno sguardo ampio e inclusivo sulle arti sceniche contemporanee, con una particolare attenzione verso l'Oriente.
E proprio gli spettacoli che ho scelto, quasi inconsapevolmente, mi hanno condotta nel mondo delle tradizioni e delle innovazioni delle arti performative asiatiche.
Sono partita dal Giappone, un paese il cui fascino culturale e gestuale si riflette profondamente anche nella sua tradizione teatrale. In Biennale ho assistito a MUGEN NOH OTHELLO, diretto da Satoshi Miyagi.
Il Mugen Noh è una delle due principali categorie del teatro classico Nō giapponese. Nato nel XIV secolo, questo genere è incentrato sull'evocazione di spiriti, fantasmi e divinità e sulla coesistenza tra il mondo dei vivi e quello dei morti. E' una forma teatrale particolarmente complessa e affascinante. Nelle sue rappresentazioni il protagonista è spesso un personaggio già morto, quasi sempre vittima di una morte violenta o di una sofferenza che gli impedisce di trovare pace. Lo spirito permane quindi in una dimensione sospesa tra il mondo terreno e l'aldilà, incapace di raggiungere il paradiso buddhista.
Partendo dal testo shakespeariano di Othello, Miyagi ribalta il punto di vista della narrazione, affidandola all'unica voce che nell'opera originale scompare quasi subito dalla scena: quella di Desdemona. Assistiamo così a una rievocazione degli eventi raccontata dallo spirito della donna, uccisa ingiustamente per la gelosia del marito. La voce di Desdemona e' una voce femminile, minore, che non ha potere nel testo, ed e' anche per questa scelta che l'Othello di Miyagi diventa interessante, spostare il focus verso la parte "debole"e "lesa"della storia per scoprire nuovi punti di vista, il racconto fondamentalmente e' affidato alla presenza di due soli personaggi - Desdemona e il pellegrino a cui si racconta - e nonostante questa scelta minimale, non perdiamo niente della grande tragedia di Shakespeare.
Durante lo spettacolo, il personaggio rievoca la propria vicenda, ripercorrendo le cause che lo trattengono in questo stato di transizione. Il racconto diventa così un percorso liberazione, una sorta di purificazione che permette allo spirito di sciogliere i legami con la vita terrena e trovare pace.
“Comprendo il tuo dolore. Non ho i mezzi per aiutarti, ma posso almeno piangere per te. Le lacrime del pubblico possono liberare l'anima di Desdemona”
Accanto alla drammaturgia testuale, è particolarmente interessante la drammaturgia scenica: lo spazio è rigorosamente suddiviso e ogni area accoglie una precisa funzione. Alla destra si colloca il gruppo corale, composto da nove elementi; al centro, uno spazio quadrato delimitato da un nastro bianco diventa il fulcro della narrazione, il luogo in cui si svolge la rievocazione della morte e del suo racconto. Sul fondo della scena si trovano i musicisti, inizialmente due, poi raggiunti da altri due esecutori.
Il ruolo del coro è particolarmente significativo: nella tradizione del teatro Nō dà voce alle diverse prospettive sugli eventi rappresentati, restituendo una visione plurale della narrazione e richiamando un’idea di “polifonia teatrale”, in cui la realtà cambia a seconda dello sguardo di chi osserva.
Un altro elemento caratteristico è il trucco scenico: un make-up forte impedisce all’attore di esprimere emozioni in modo realistico, funzionando come una vera e propria maschera. Eppure, paradossalmente, lo spettatore riesce comunque a percepire stati emotivi come la gioia o il dolore: la maschera diventa così uno specchio che riflette ciò che il personaggio vive e lo trasmette al pubblico.
Lo spettacolo, interamente in lingua giapponese, è attraversato da una forte componente ritmica sostenuta dalla musica dal vivo. Ne nasce una partitura scenica serrata, in cui musicisti e coro si intrecciano con precisione quasi metronomica, dando vita a un dialogo continuo tra suono e voce: i musicisti sembrano quasi prolungare la voce del coro, mentre il coro si fa corollario e amplificazione dell’azione scenica.
Ciò che colpisce maggiormente di questa rilettura di Othello non è soltanto la scelta di affidare la narrazione a Desdemona, ma il modo in cui la vicenda viene immersa nell’estetica e nella filosofia del teatro Noh Il tempo sembra dilatarsi, i gesti acquistano un valore simbolico e ogni movimento diventa portatore di significato, inoltre i costumi diventano una componente scenografica ed estetica di forte valenza narrativa. Per uno spettatore occidentale, abituato a una narrazione più immediata e psicologica, l’esperienza richiede un diverso modo di guardare e di ascoltare.
La messa in scena di Miyagi non cerca di riprodurre Shakespeare secondo codici precostituiti, ma di far dialogare due tradizioni teatrali lontane tra loro. Il risultato è uno spettacolo che invita a soffermarsi sulla memoria, sul rimorso e sulla persistenza delle emozioni oltre la morte, temi che appartengono tanto al dramma shakespeariano quanto alla tradizione del Mugen Noh, quanto alla tragedia greca.
Lo spettacolo ci porta dentro uno spazio sospeso, dove il confine tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti si fa incerto e dove il racconto procede per immagini, evocazioni e silenzi. Un primo incontro con una forma teatrale complessa, ma capace di aprire prospettive nuove sul modo di intendere la scena e la narrazione. Uno spettacolo molto esperenziale e denso.
Dall'eleganza del Noh alla vitalità della danza Odissi
Dal Giappone approdo in India e, grazie a Sharmila Biswas e alla sua compagnia, vivo la bellissima esperienza della danza Odissi.
L'Odissi si è costituita nell'India postcoloniale attraverso un lungo processo di ricostruzione che ha intrecciato il recupero di tradizioni performative quasi scomparse con pratiche di ricerca e sperimentazione contemporanee. Un percorso che, per certi aspetti, ricorda quanto avvenuto in Europa con la riscoperta e la ricostruzione della Commedia dell'Arte.
Sharmila Biswas è una danzatrice bengalese la cui formazione è iniziata in giovane età. Oggi, a sessantaquattro anni, continua a esibirsi ed è guru e direttrice della scuola Vision of Movement Centre di Calcutta.
Una delle caratteristiche che rendono immediatamente riconoscibile il suo lavoro è la ricerca sul gesto, inteso non come semplice rappresentazione mimetica ma come articolazione di energia e forza. Nelle sue coreografie si alternano continuamente stasi e slancio, tensione e rilascio, direzione dello sguardo e torsioni della colonna vertebrale. La performance, presentata su un palcoscenico spogliato da ogni elemento scenografico, si articola in quattro quadri.
Abahani: l'invocazione divina
Nel primo quadro lo spazio scenico viene percepito come un luogo carico di energia propizia. L'invocazione del divino serve ad assicurare che tutto proceda sotto i migliori auspici.
In scena compaiono tre danzatori, una donna e due uomini, seduti a gambe incrociate mentre intonano il suono "Om". Da quel momento prende avvio la danza.
Devo ammettere che questa parte mi ha richiamato immediatamente la pratica dello yoga, non soltanto per alcune posture, ma anche per il legame con la dimensione spirituale, con i miti e con la raffinata gestualità delle mani.
Gativilas: la grazia del movimento
Questo quadro celebra le qualità fisiche del performer e mette in risalto la straordinaria abilità tecnica dei danzatori.
In scena sono presenti cinque interpreti, tre donne e due uomini. La coreografia esplora la molteplicità delle energie che il danzatore è chiamato a incarnare attraverso una sequenza di passi, posture e stati d'animo ispirati al mondo animale.
Il ritmo è sostenuto e lo sguardo fatica a distaccarsi dalla scena. La quantità di dettagli gestuali e la precisione delle movenze rendono la sequenza quasi ipnotica.
Pranasangini: un inganno divino
Questo episodio racconta una storia che vede protagonisti Radha e Krishna. Quest'ultimo si introduce nella casa della giovane assumendo sembianze femminili e fingendosi un'estetista.
L'intera vicenda è narrata attraverso il linguaggio del corpo: la gestualità diventa racconto e i movimenti si intrecciano armoniosamente con la musica che accompagna la scena.
Murchhana Vadya: la danza estatica
Lo spettacolo si conclude con un quadro energico e travolgente, sostenuto dal ritmo incessante del tamburo.
Questo strumento occupa un posto centrale nella cultura indiana e nella tradizione di Odessa. Si tratta del mridangam, un tamburo utilizzato tanto nelle celebrazioni popolari quanto nelle rappresentazioni artistiche, capace di modellare il paesaggio sonoro della regione.
In questa danza l'arte diventa al tempo stesso celebrazione e liberazione, uno spazio in cui le tensioni quotidiane sembrano dissolversi lasciando emergere una dimensione collettiva e spirituale.
A un certo punto anche il pubblico viene invitato a partecipare, accompagnando i danzatori con il battito delle mani. Lo spettacolo si trasforma così in un'esplosione di energia, colori e vitalità.
L'India, diversamente dal Giappone, ci conduce in un universo colorato, ritmico e pulsante. Spogliata da ogni apparato scenografico e privata delle maschere, la danza Odissi affida gran parte della propria espressività al volto e alla gestualità delle mani.
Si contrappone così alla compostezza rigorosa e alla lentezza evocativa del teatro Nō, portando in primo piano un corpo vibrante, dinamico ed estremamente comunicativo.
La danza Odissi, a differenza di molta danza contemporanea occidentale, si fonda su un sistema di posture e sequenze codificate. Eppure, all'interno di questa struttura rigorosa, il movimento mantiene una straordinaria fluidità. Forme, linee e gesti ritornano costantemente, scandendo lo spazio con precisione geometrica e lasciando emergere, proprio attraverso la regola, una profonda sensazione di libertà.
Ciò che accomuna le arti performative giapponesi e indiane è forse la loro matrice spirituale. In entrambe ritroviamo il legame con il sacro, con la devozione e con una dimensione che supera la semplice rappresentazione. È una presenza che si percepisce chiaramente e un invito ad accogliere mondi che possono apparire lontani, ma che forse custodiscono tracce profonde e universali dell'esperienza umana.
In entrambi i casi il teatro e la danza non appaiono soltanto come forme di intrattenimento o di rappresentazione, ma come strumenti di connessione tra il visibile e l'invisibile, tra l'individuo e la comunità, tra il corpo e il sacro. Forse è proprio questa capacità di custodire e trasmettere una memoria antica che rende queste tradizioni ancora oggi così vive e affascinanti.





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