Viaggio a Common Land - ultima creazione dei Trickster-p
Nel mio lungo percorso da spettatrice compulsiva, mi sono imbattuta in compagnie che hanno contribuito a plasmare il mio immaginario visuale e mentale. Piccoli momenti individuali, ma vissuti collettivamente, che ogni volta mi permettono di fare esperienze nuove e diverse.
Ma che cosa intendiamo davvero per “spettacolo”? Se lo riduciamo a puro intrattenimento, ci allontaniamo da tutto il potenziale del teatro: la capacità di creare mondi, di portarci dentro le vite degli altri e di farci esplorare parti di noi mentre osserviamo la scena. Per me il teatro è sempre stato rivelatore, catartico, e alcune compagnie più di altre mi hanno permesso di vivere con forza questa solitudine condivisa.
Una delle realtà che, negli anni, ritrovo sempre con più piacere è sicuramente quella dei Trickster-p, compagnia italo-svizzera originale per contenuti e modalità di fruizione, che ogni volta propone momenti immersivi, suggestivi e autentici (qui su repertorio vi lascio un po di recensioni storiche sui lavori passati) Quest’anno, la nuova produzione che ho visto a Operaestate Festival a Bassano è stata Common land.
Diversamente dai lavori del passato, vissuti quasi sempre in solitaria, con Common land ci si prepara a vivere un’esperienza collettiva. Lo spazio in cui ci troviamo appare come un luogo sospeso tra la nostra realtà, il nostro tempo e tutti gli altri tempi e le realtà che ci circondano.
In un’epoca in cui tutto è in costante mutazione, Common land diventa uno spazio tangibile, in cui il paesaggio si fa racconto e il racconto si intreccia con il ritmo del mondo: un territorio di visioni plurime, dove non esiste un’unica prospettiva, ma una costellazione di sguardi che coesistono, si sfiorano e talvolta si contraddicono, componendo un mosaico di voci in dialogo silenzioso nel tempo.
Lo spettatore viene accolto e accompagnato in sala dove, una volta preso posto su comode poltroncine, si trova di fronte a tre grandi schermi. Due postazioni ai lati sono abitate da Cristina Galbiati e Ilija Luginbühl, voci narranti e guide di questo viaggio articolato su più livelli storici e prospettici. Ogni sguardo, infatti, apre nuove traiettorie: storie che spaziano dall’umano al micromondo dei batteri e degli organismi. La performance è un’esperienza collettiva, ma al contempo individuale: il pubblico viene chiamato ad agire, seppur in modo contenuto, prendendo decisioni che modificano di volta in volta la drammaturgia e la scelta dei soggetti protagonisti.
A Common land si percepisce un tempo diverso, quasi si perdesse l’orientamento in questo continuo spaziare e andirivieni dal passato al futuro. Osserviamo come le cose cambiano e come altre, forse, rimangono immutate. Diventa così un viaggio tra le dimensioni che compongono il nostro stesso frammento di mondo: una cartografia dello spazio e del tempo in cui visibile e invisibile coesistono, intersecandosi con i percorsi di chi lo abita.
Ci sentiamo un po’ più piccoli, in Common land. L’umano viene ridimensionato, non è più il protagonista assoluto della scena e della storia, e lascia spazio alla Terra: luogo mutevole nel tempo e nello spazio, osservatrice silenziosa della vita che la abita, delle sue mutazioni, del suo incessante trascorrere e trasformarsi. Un cambio di prospettiva che ci ricorda quanto il nostro essere al mondo sia soltanto una parte di un sistema infinitamente più grande e complesso.
Nel lavoro dei Trickster-p emerge ancora una volta una particolare attenzione alla cura del dispositivo scenico e narrativo. La voce diventa una guida sicura, accompagna lo spettatore lungo un percorso che si costruisce progressivamente, mentre la dimensione visiva e sonora contribuisce a definire un immaginario preciso e avvolgente. In Common land, in particolare, sono l’illustrazione e il paesaggio sonoro a dare forma a questo spazio sospeso, costruendo un ambiente che non si limita a fare da sfondo alla narrazione, ma ne diventa parte integrante.
Chi torna a confrontarsi con gli spettacoli-installazione della compagnia ritrova così alcuni elementi familiari, una sorta di grammatica riconoscibile che attraversa i diversi lavori, senza però trasformarsi mai in una formula ripetitiva. È proprio nella capacità di rinnovare questo dispositivo che, a mio avviso, risiede una delle qualità più interessanti della loro ricerca: accompagnare lo spettatore senza mai abbandonarlo, costruendo mondi complessi e stratificati nei quali è possibile muoversi con una certa libertà, lasciandosi guidare ma anche scegliendo il proprio modo di attraversare l’esperienza.
È una cura che riguarda tanto la forma quanto la relazione con chi guarda: lo spettatore non viene semplicemente messo di fronte a un’opera, ma viene accolto all’interno di un mondo. Ed è forse proprio questa dimensione a rendere i lavori dei Trickster-p così intimisti.





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