La Giocasta del Balletto Civile
Con molto ritardo mi trovo a scrivere di uno spettacolo visto nei primi giorni di settembre, quando l’estate sembrava non voler lasciare spazio all’autunno. Era il Festival Venere in Teatro, svoltosi a Forte Marghera dal 3 all’11 settembre, e tra gli appuntamenti in programma c’era l’ultimo lavoro di Michela Lucenti / Balletto Civile in scena con Giocasta.
Lucenti costruisce una vera e propria partitura fisica e vocale nella quale corpo e voce procedono insieme, si cercano, si contraddicono e a tratti sembrano combattersi. La follia e la lucidità convivono nello stesso spazio, senza che sia sempre possibile distinguere l’una dall’altra. E proprio in questa ambiguità lo spettacolo trova una delle sue chiavi più interessanti.
La Giocasta di Lucenti prende ispirazione dall’ultima versione delle Fenicie di Euripide e si allontana dall’immagine della donna semplicemente vittima del proprio destino. È una figura consapevole, forte, attraversata dalla tragedia ma ancora capace di prendere parola. Una donna che guarda ciò che le accade e decide di raccontarlo.
Accanto a lei c’è Edipo, interpretato da Thybaud Monterisi, giovane cantautore, dj e performer. La sua presenza introduce una dimensione ulteriore, fatta di parole spiazzanti e di una comunicazione che non è mai completamente rassicurante. È un interlocutore particolare, quasi una crepa attraverso la quale entrano altre possibilità di lettura.
La scena sembra inizialmente quella di un salotto domestico. Un luogo riconoscibile, quotidiano, quasi rassicurante. Ma è solo un’apparenza. Gli oggetti cominciano lentamente a perdere la loro funzione abituale e diventano parte della drammaturgia.
E poi c’è il rosso.
Il rosso del centrifugato, del telefono, del tavolino, del carillon, della veste. Il rosso del rossetto di Giocasta, che accentua i lineamenti del volto, rendendoli a volte severi, altre volte sorprendentemente dolci. Un colore che attraversa la scena come una traccia, un segnale, quasi un avvertimento.
Gli oggetti non sono semplicemente oggetti: sembrano prendere vita, diventare presenze, partecipare al racconto. E così anche lo spazio domestico si trasforma progressivamente in uno spazio mentale, simbolico, nel quale il privato e il collettivo finiscono per coincidere.
È però il corpo il vero centro dello spettacolo.
Un corpo che racconta spesso più delle parole. Un corpo che si espone e si sottrae, che cerca l’altro e contemporaneamente sembra difendersene. Un corpo femminile che diventa luogo di conflitto ma anche strumento di resistenza.
La Giocasta di Michela Lucenti parla dal mito, ma guarda decisamente al presente. La Tebe raccontata nello spettacolo potrebbe essere la nostra: quella delle relazioni che si spezzano, della difficoltà di comunicare, delle dinamiche di potere, della frattura tra individuo e comunità e tra uomo e donna.
È qui che la tragedia greca smette di essere soltanto una storia lontana e torna a parlarci.
“Credo fermamente che i corpi, nella loro forza e debolezza, siano lo specchio degli enigmi della condizione umana”, scrive Michela Lucenti. E in Giocasta il corpo diventa davvero testimonianza: fragile e potentissimo, personale e politico allo stesso tempo.
Forse è proprio questo che rimane, alla fine dello spettacolo: la sensazione di aver assistito non tanto alla riscrittura di un mito, quanto alla riappropriazione di una voce.
Giocasta trova la sua forza: nel corpo come testimonianza, come luogo politico e personale insieme. Un corpo che non vuole più tacere e che, attraverso la danza e la parola, torna a reclamare il diritto di raccontarsi.




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